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the international 7 novembre 2008, 1:05 AM'

Posted by jiwaki in architettura, avvistamenti, milano.
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aspetto che arrivi nei cinemm’ il film “the international”. oltre ad ammirare una sparatoria nel guggenheim museum di frank lloyd wright, seguendo il trailer si scopre che alcune scene sono ambientate a milano. fra le rapide immagini, infatti, si riesce a scorgere una vista a volo d’uccello sopra il grattacielo pirelli. poco dopo, invece, si assiste a un attentato compiuto da un cecchino attraverso una finestra della stazione centrale. il bersaglio è un esponente del partito “futuro italiano”. uà.
che fanno, sfottono?

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la città che sale 1 luglio 2008, 1:39 PM'

Posted by jiwaki in architettura, milano.
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da nazione indiana, quest’ottimo articolo di gianni biondillo, scritto per il sole 24ore:

La città che sale

[lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che repetita juvant. G.B.]

di Gianni Biondillo

Poi all’improvviso Milano scomparve. Nell’immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica ligera che diventava criminalità internazionale… era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l’aperta campagna. In fondo Peck, all’inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell’aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s’è pastrufaziata, per dirla con l’ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia.
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il placet della firma prestigiosa, dell’archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai tri ciucc di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent’anni lo ha fatto col cipiglio dell’amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell’interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del welfare, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un’aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente – ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici – condivido col mio sindaco la scelta dell’ecopass. Ma, signora mia, un po’ più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l’idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c’è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell’immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L’unica cosa che li mette d’accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.
Ma ora abbiamo l’Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il rendering è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l’ha capito il “nostro” progetto? Com’è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l’ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l’Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l’Expo di Rho” (ma pare davvero poco chic), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.
Un po’ di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d’essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l’Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l’olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l’associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant’anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l’Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.

[pubblicato su Il Sole 24ore del 15 giugno 2008]

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ho lasciato questo commento:
Dopo aver letto il tuo articolo ho trovato sul Sole 24Ore di oggi un altro articolo [questo] su Milano, in cui si prospetta una “Milano del futuro come antitesi di Dubai”. Mi è sembrato uno slancio ingenuo e mi sono chiesto se non fossi io a essere troppo pessimista o disfattista.
Pensando al “progetto” Citylife, degno successore del “progetto” Bicocca, ho realizzato che, no, non ero pessimista, Citylife è la prova esatta di come viene pensata la città dal mercato e dall’amministrazione.

Mi viene in mente l’espressione “the city where nobody cares”, la città dove a nessuno importa (di nessuno, di niente) per riferirsi a New York. Sembra che Milano sia stata trasformata nella città a cui non importa di se stessa, e che molti milanesi si siano abituati a quest’idea. Invece è una buona speranza sapere che a qualcuno ancora importa di Milano.
Grazie per il tuo articolo.

wip 11 giugno 2008, 12:38 AM'

Posted by jiwaki in architettura, roma.
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visto che più volte in questi giorni è ricorsa la domanda “che catramoso kalashnikov cangiante stai facendo?”, lascio due immagini di quello su cui sto lavorando da un po’ di tempo. è un padiglione espositivo. costruirne il modello è meglio di shangai (il gioco) e qualche volta meglio che mettere un uovo in equilibrio in verticale. senza romperlo.
che? ancora a colombo stiamo?

il modello è solo all’inizio. finito, e cento volte più grande, è fatto per stare .

come dire 16 aprile 2008, 10:59 AM'

Posted by jiwaki in architettura, roma, voyage.
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fottuti.
mi imbarco per il grand tour, cinque giorni con peter, tivoli roma siena san vito d’altivole possagno vicenza verona. altissimo profilo. c’è la strana illusione di trovarsi ancora nell’intervallo che va dal 64 dc al 1964.
a roma pure un pacha-rendez-vous.
torno a milano domenica notte.
lunedì mattina vado a votare.
a sera i risultati.
mi curo con il concerto degli eelst.

questi grandissimi figli 19 febbraio 2008, 11:21 AM'

Posted by jiwaki in architettura, ma il rock'n'roll..., milano.
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solo video.

“a milano c’era un parco (non il parco sempione) che il presidente della regione, formigoni, ha fatto radere al suolo a fine 2006 con un cordone di poliziotti in assetto antisommossa a protezione dei taglialegna. sulla copertina di un recente 45 giri degli elio e le storie tese sono raffigurati formiconi che mangiano merda. chi intravedesse una relazione tra formigoni e formiconi mangiamerda sarebbe tacciabile di malizia. questa canzone è dedicata al parco raso al suolo (il bosco di gioia) e a tutti i parchi la cui serena esistenza è minacciata dai presidenti e dai suonatori compulsivi di bonghi.”
parole e video da www.elioelestorietese.it


e il bosco di gioia? qui.

un nuovo inutile meno vile 13 novembre 2007, 3:40 AM'

Posted by jiwaki in architettura, notturno, roma.
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increduli guardiamo i segni della paura. la paura del più forte, la paura di un impero che arriva a ergere mura altissime intorno al suo lontano cuore. una vita non è abbastanza ma rispettiamo la noia e il suo faticoso carico. abbandonare l’inutile in cerca di…

corso di errori di progettazione #1 6 ottobre 2007, 9:16 PM'

Posted by jiwaki in architettura, errori di progettazione, milano.
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da dove iniziare se non dalla facoltà di architettura di milano?


aria condizionata?


lucernario oscurato


caccia all’estintore

catturare il sogno 6 luglio 2007, 11:19 PM'

Posted by jiwaki in architettura.
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un giovane architetto mi disse: “sogno spazi pieni di meraviglia. spazi che si innalzano e si sviluppano in maniera fluida, senza inizio né fine, fatti di un materiale privo di giunti, di colore bianco e oro. quando traccio la prima linea sulla carta per catturare il sogno, il sogno perde qualcosa”.
è un problema ben posto. ho imparato che una buona domanda vale più della migliore delle risposte.
è una questione che riguarda l’incommensurabile e quello che è misurabile.
la natura, la natura fisica, è misurabile.
la sensazione e il sogno non hanno misura, non hanno linguaggio -e il sogno di ognuno è unico.
tutto ciò che si fa, tuttavia, obbedisce alle leggi della natura. l’uomo è sempre più grande delle sue opere perché non riesce a esprimere appieno le sue aspirazioni, perché l’espressione nel linguaggio della musica o dell’architettura avviene attraverso i mezzi misurabili della composizione e del progetto. la prima linea sulla carta è già una misura di ciò che non può essere espresso appieno; è già una perdita.

louis kahn

l’effimero 14 maggio 2007, 5:02 PM'

Posted by jiwaki in architettura.
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è un po’ che leggo, leggo e rileggo queste parole:

quando il grande bernini dedicava parecchio del suo tempo -oltre che alla basilica di san pietro, al sant’andrea al quirinale, oltreché alla statua di santa teresa- all’allestimento di spettacolosi eventi teatrali… a nessuno veniva in mente di considerare irrilevante un’opera destinata a durare soltanto lo spazio di una giornata, ma anche -ed è la cosa più importante- a nessuno passava per la mente di conservare gelosamente i frammenti, i relitti, di quelle operazioni spettacolari per racchiuderli in un museo e tramandarli ai posteri… ma vorrei spingermi oltre, non tanto per quanto concerne la possibilità di effettuare l’effimero, ma per quanto riguarda la sua efficacia da un punto di vista estetico; talvolta è proprio la ‘coscienza dell’effimero’ -la consapevolezza da parte del creatore di non realizzare un’opera duratura- a permettere all’architetto di concepire delle strutture che mai avrebbe realizzato.

gillo dorfles

lezione di matematica 18 aprile 2007, 9:17 PM'

Posted by jiwaki in architettura.
1 comment so far

jessica fletcher continua a spiegare matematica con la stessa inesorabilità con cui muoiono i suoi amici. aule frigo si alternano ad aule di compostaggio. il corso di “errori di progettazione”, che ogni anno il politecnico inserisce d’ufficio nel piano di studi, è stato fin dall’inizio il più istruttivo (lucernari oscurati, pilastri nella visuale verso la lavagna, bocche d’aerazione coperte con fogli di carta per rimediare a una velocità dell’aria da reumatismi, lavagne su sfondo finestrato… arriva il migliore: aule con lucernari coperti da pannelli fotovoltaici che producono elettricità per illuminare le stesse aule. etc. etc.)
una curiosità mi punge: quante volte gli amici di jessica fletcher le avranno chiesto di passare alla scrittura di romanzi erotici?