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the international 7 novembre 2008, 1:05 AM'

Posted by jiwaki in architettura, avvistamenti, milano.
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aspetto che arrivi nei cinemm’ il film “the international”. oltre ad ammirare una sparatoria nel guggenheim museum di frank lloyd wright, seguendo il trailer si scopre che alcune scene sono ambientate a milano. fra le rapide immagini, infatti, si riesce a scorgere una vista a volo d’uccello sopra il grattacielo pirelli. poco dopo, invece, si assiste a un attentato compiuto da un cecchino attraverso una finestra della stazione centrale. il bersaglio è un esponente del partito “futuro italiano”. uà.
che fanno, sfottono?

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scene di fruttivendita 28 ottobre 2008, 8:27 PM'

Posted by jiwaki in distillati, milano.
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-avete cipolle?
-le cipolle? sono lì.
-ne prendo una, quanto costa?
-una? eh, un miliardo.
-no, vabbè, quanto…
-ma vatiiiiinn’.

la città che sale 1 luglio 2008, 1:39 PM'

Posted by jiwaki in architettura, milano.
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da nazione indiana, quest’ottimo articolo di gianni biondillo, scritto per il sole 24ore:

La città che sale

[lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che repetita juvant. G.B.]

di Gianni Biondillo

Poi all’improvviso Milano scomparve. Nell’immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica ligera che diventava criminalità internazionale… era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l’aperta campagna. In fondo Peck, all’inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell’aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s’è pastrufaziata, per dirla con l’ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia.
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il placet della firma prestigiosa, dell’archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai tri ciucc di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent’anni lo ha fatto col cipiglio dell’amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell’interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del welfare, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un’aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente – ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici – condivido col mio sindaco la scelta dell’ecopass. Ma, signora mia, un po’ più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l’idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c’è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell’immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L’unica cosa che li mette d’accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.
Ma ora abbiamo l’Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il rendering è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l’ha capito il “nostro” progetto? Com’è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l’ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l’Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l’Expo di Rho” (ma pare davvero poco chic), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.
Un po’ di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d’essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l’Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l’olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l’associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant’anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l’Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.

[pubblicato su Il Sole 24ore del 15 giugno 2008]

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ho lasciato questo commento:
Dopo aver letto il tuo articolo ho trovato sul Sole 24Ore di oggi un altro articolo [questo] su Milano, in cui si prospetta una “Milano del futuro come antitesi di Dubai”. Mi è sembrato uno slancio ingenuo e mi sono chiesto se non fossi io a essere troppo pessimista o disfattista.
Pensando al “progetto” Citylife, degno successore del “progetto” Bicocca, ho realizzato che, no, non ero pessimista, Citylife è la prova esatta di come viene pensata la città dal mercato e dall’amministrazione.

Mi viene in mente l’espressione “the city where nobody cares”, la città dove a nessuno importa (di nessuno, di niente) per riferirsi a New York. Sembra che Milano sia stata trasformata nella città a cui non importa di se stessa, e che molti milanesi si siano abituati a quest’idea. Invece è una buona speranza sapere che a qualcuno ancora importa di Milano.
Grazie per il tuo articolo.

pensatoi per automobilisti 5 giugno 2008, 9:33 PM'

Posted by jiwaki in distillati, milano.
1 comment so far

passa l’asfalto della tangenziale est -luogo di raccoglimento abituale per chi transita- e in questi chilometri assorbe bene l’acqua, ma inganna sulla quantità. i camion sollevano nuvole che si avvolgono dietro di me in turbini scomposti, più in basso le case, e io mi sento manfred sul fokker rosso in un giovedì di pioggia d’ottobre.
è giugno.
beh, anche la tangenziale non è il fronte francese.

c’è molto di più, ma è tutto rimasto lassù.
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“il fokker, fico…”
“ricardo!”
“what?”
“nothing”

quando dico sedicente sedicenne.

18th worldwide sketchcrawl 2 aprile 2008, 3:10 PM'

Posted by jiwaki in milano, sketchcrawl.
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il primo sketchcrawl di milano è stata un’ottima scusa per riprendere a disegnare. il 29 marzo ho partecipato alla maratona insieme a claudio, federico, luigi, elisa, andrea, erika e mike. qui sotto il mio modesto contributo (per capire quanto modesto guardatevi sul forum i disegni degli altri partecipanti di milano). ho fatto anche qualche foto durante la giornata, ma ormai chi si appende alla mensola sa che per quelle c’è un ritardo di mesi fra scatto e internetto.

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questi grandissimi figli 19 febbraio 2008, 11:21 AM'

Posted by jiwaki in architettura, ma il rock'n'roll..., milano.
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solo video.

“a milano c’era un parco (non il parco sempione) che il presidente della regione, formigoni, ha fatto radere al suolo a fine 2006 con un cordone di poliziotti in assetto antisommossa a protezione dei taglialegna. sulla copertina di un recente 45 giri degli elio e le storie tese sono raffigurati formiconi che mangiano merda. chi intravedesse una relazione tra formigoni e formiconi mangiamerda sarebbe tacciabile di malizia. questa canzone è dedicata al parco raso al suolo (il bosco di gioia) e a tutti i parchi la cui serena esistenza è minacciata dai presidenti e dai suonatori compulsivi di bonghi.”
parole e video da www.elioelestorietese.it


e il bosco di gioia? qui.

corso di errori di progettazione #1 6 ottobre 2007, 9:16 PM'

Posted by jiwaki in architettura, errori di progettazione, milano.
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da dove iniziare se non dalla facoltà di architettura di milano?


aria condizionata?


lucernario oscurato


caccia all’estintore

informazione di servizio 18 giugno 2007, 7:55 PM'

Posted by jiwaki in milano.
1 comment so far

le luride colpiscono ancora.
dopo mesi di buio e indegni impostori, finalmente riaprono. manca l’irraggiungibile salamella, che tornerà fra 20 giorni. a quel punto, l’unico vero… completo.

lin 12 maggio 2007, 3:01 PM'

Posted by jiwaki in milano.
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un’infanzia passata a guardare aerei attraverso una rete -ancora uno e ce ne andiamo-

un’adolescenza passata a circumnavigare l’aeroporto in bici, e visite all’ata, mick jagger che torna da monza entra in bagno esce e se ne va; sognare di riportare in volo relitti di vecchi aerei

una giovinezza passata riscoprendo la calma e la bellezza di questo posto, così poco tranquillo e fatto di natura e spazzatura, su e giù fra partenze e arrivi nel mio servizio taxi driver, accettare il cimitero di canzo come dimora delle ossa, minuti e ore di giri di pensieri davanti al rullaggio degli aerei, alzare la testa, la grazia di un atterraggio, la potenza di un decollo; passare in macchina e salutare con un gesto ogni aereo, pilota o passeggero, o solo le luci; studiare planimetrie e aerofotogrammetrie di milano e tornare alla meraviglia di pochi segmenti netti sopra un’area libera grande, sproporzionata per qualsiasi cosa non sia un aeroporto; sorseggiare tè sul balcone e aspettare il sorgere di un aereo dopo averne ascoltato l’urlo.

l’altro ieri lo spettacolo. non ho mai visto la pista come luogo del disastro. forse perché non ci ho mai dato tanta attenzione. al disastro. il momento che mi ha colpito come un diretto? la planimetria della pista. associarne ogni parte alla memoria di immagini suoni e odori della realtà. ieri un tentativo di riconciliarmi con questo posto. torno a guardare aerei sfilare, aspettare –dai, che si parte– urlare. urlo acuto quando i motori sono spinti al massimo, rombo doppler che fa tremare il cielo la terra e i polmoni, quando ti oltrepassano. decollare e rimpicciolirsi. la pista si distorce per l’aria calda, è difficile immaginare in un pomeriggio di maggio una fredda mattina nebbiosa di ottobre. strane sensazioni la calma e la familiarità della memoria d’infanzia mischiate con il sapore di quello che è successo.

linate 8 ottobre 2001: la strage

comitato 8 ottobre

ultimo di febbraio 5 marzo 2007, 11:39 PM'

Posted by jiwaki in distillati, milano, notturno.
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ultimo di febbraio. inverno dove sei? due sere fa un tramonto tangenziale dalla luce albina, ieri notte il primo odore d’estate nell’aria fredda.
istantanee di bellezza: mi chiedo se sia l’unico ad incantarsi di fronte a uno stormo di luci rosse intermittenti di gru che dormono. incanto che solo per quattro secondi coincide con il parabrezza.
esco di casa e la solita cornacchia, invisibile nel cielo abbagliante di questo mattino, mi lancia il suo presagio come saluto.
notte, milano, la finestra all’ultimo piano e la tenda rossa appesa in mezzo alla stanza. l’edificio spigolo.