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la signora in viola 8 ottobre 2008, 2:02 AM'

Posted by jiwaki in distillati, roma.
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davanti alla casa delle vestali rallento il passo. una signora -c’è qualcosa nei suoi movimenti agitati che salta all’occhio- mormora sempre più forte: “who… who…”, fino a parlare fra sè e urlare incazzata: “who the fuck brought them to the planet?
con stile.

sogni 30 agosto 2008, 12:33 AM'

Posted by jiwaki in notturno, voyage.
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ascolto: non riesco ancora a credere di esser capace di trovarli.
parto. con una visione nel taschino, da sfoderare piano, come un passaporto: non lo timbri tu, ma ne sei il portatore. attraverso gli oceani col ricordo e con la voce perché l’acqua riflette bene il suono. mi lavo per prendere nuova polvere e mi lavo gli anni dalla faccia, senza creme, senza trucco; tutto di me vuole quel sole che mi ha picchiato e accompagnato. i tesori poi, son loro a trovarmi.

la città che sale 1 luglio 2008, 1:39 PM'

Posted by jiwaki in architettura, milano.
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da nazione indiana, quest’ottimo articolo di gianni biondillo, scritto per il sole 24ore:

La città che sale

[lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che repetita juvant. G.B.]

di Gianni Biondillo

Poi all’improvviso Milano scomparve. Nell’immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica ligera che diventava criminalità internazionale… era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l’aperta campagna. In fondo Peck, all’inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell’aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s’è pastrufaziata, per dirla con l’ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia.
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il placet della firma prestigiosa, dell’archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai tri ciucc di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent’anni lo ha fatto col cipiglio dell’amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell’interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del welfare, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un’aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente – ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici – condivido col mio sindaco la scelta dell’ecopass. Ma, signora mia, un po’ più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l’idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c’è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell’immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L’unica cosa che li mette d’accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.
Ma ora abbiamo l’Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il rendering è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l’ha capito il “nostro” progetto? Com’è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l’ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l’Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l’Expo di Rho” (ma pare davvero poco chic), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.
Un po’ di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d’essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l’Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l’olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l’associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant’anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l’Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.

[pubblicato su Il Sole 24ore del 15 giugno 2008]

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ho lasciato questo commento:
Dopo aver letto il tuo articolo ho trovato sul Sole 24Ore di oggi un altro articolo [questo] su Milano, in cui si prospetta una “Milano del futuro come antitesi di Dubai”. Mi è sembrato uno slancio ingenuo e mi sono chiesto se non fossi io a essere troppo pessimista o disfattista.
Pensando al “progetto” Citylife, degno successore del “progetto” Bicocca, ho realizzato che, no, non ero pessimista, Citylife è la prova esatta di come viene pensata la città dal mercato e dall’amministrazione.

Mi viene in mente l’espressione “the city where nobody cares”, la città dove a nessuno importa (di nessuno, di niente) per riferirsi a New York. Sembra che Milano sia stata trasformata nella città a cui non importa di se stessa, e che molti milanesi si siano abituati a quest’idea. Invece è una buona speranza sapere che a qualcuno ancora importa di Milano.
Grazie per il tuo articolo.

wip 11 giugno 2008, 12:38 AM'

Posted by jiwaki in architettura, roma.
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visto che più volte in questi giorni è ricorsa la domanda “che catramoso kalashnikov cangiante stai facendo?”, lascio due immagini di quello su cui sto lavorando da un po’ di tempo. è un padiglione espositivo. costruirne il modello è meglio di shangai (il gioco) e qualche volta meglio che mettere un uovo in equilibrio in verticale. senza romperlo.
che? ancora a colombo stiamo?

il modello è solo all’inizio. finito, e cento volte più grande, è fatto per stare .

si aprono le cateratte 9 giugno 2008, 2:18 AM'

Posted by jiwaki in notturno.
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si aprono le cateratte, esonda tutto il fango, esonda. trattenuto per mesi, anni forse -pieno di tronchi, giunchi, rocce, cadaveri, ossa, rami putridi- finalmente libero, straripa, invade. tutto quello che era sepolto affiora in superficie. la sudicia melma prende acqua, pioggia, grandine. si diluisce? si seccherà al primo sole, ora che è sparsa dappertutto. si scioglierà piano piano. i suoi resti spariranno. lavoro da saprofagi.

pensatoi per automobilisti 5 giugno 2008, 9:33 PM'

Posted by jiwaki in distillati, milano.
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passa l’asfalto della tangenziale est -luogo di raccoglimento abituale per chi transita- e in questi chilometri assorbe bene l’acqua, ma inganna sulla quantità. i camion sollevano nuvole che si avvolgono dietro di me in turbini scomposti, più in basso le case, e io mi sento manfred sul fokker rosso in un giovedì di pioggia d’ottobre.
è giugno.
beh, anche la tangenziale non è il fronte francese.

c’è molto di più, ma è tutto rimasto lassù.
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“il fokker, fico…”
“ricardo!”
“what?”
“nothing”

quando dico sedicente sedicenne.

cronaca 24 maggio 2008, 9:18 PM'

Posted by jiwaki in distillati.
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(ansa) – varese, 23 mag – ‘siamo al punto che o si fa l’italia federalista o si muore, il problema è così’, ha detto umberto bossi, ministro delle riforme.

eh, mi metti in difficoltà.

(ansa) – lecco, 24 mag – aperta un’inchiesta sull’incidente ferroviario accaduto ieri sera a cassago brianza, con il bilancio di un morto e due feriti. volevano provare le prestazioni del land rover e sono finiti nel punto piu’ sbagliato dove farlo: cosi’ un fuoristrada con a bordo tre giovani e’ stato travolto da un treno. la vittima e’ un giovane di 24 anni, morto tra le lamiere della macchina schiacciata e trascinata dal treno in corsa.

che danno d’immagine per la land rover. loro sicuramente erano bravi ragazzi.

muto 19 maggio 2008, 1:12 PM'

Posted by jiwaki in avvistamenti.
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deve avere un grande successo (meritato), lo sto incontrando ovunque nell’internetto. se qualcuno non l’ha ancora visto, male, rimediate ora. con orgoglio dall’italia: blu.

per chi vuole saperne di più: il suo sito.

the name of the game 26 aprile 2008, 2:04 AM'

Posted by jiwaki in il paese della munnezza.
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interviewer
good evening. tonight we have with
us, from the ministry of information,
deputy minister eugene helpmann.

helpmann
good evening, david.

interviewer
what do you believe is behind this
recent increase in terrorist bombings?

helpmann
bad sportsmanship. a ruthless
minority of people seems to have
forgotten certain good old fashioned
virtues. they just can’t stand
seeing the other fellow win. if
these people would just play the
game, they’d get a lot more out
of life.

interviewer
nevertheless mr. helpmann, there
are those who maintain that the
ministry of information has become
too large and unwieldy…

helpmann
david… in a free society
information is the name of the
game. you can’t win the game if
you’re a man short.

interviewer
and the cost of it all, deputy
minister? seven percent of the
gross national produce…

helpmann
i understand this concern on behalf
of the tax-payers. people want
value for money. that’s why we
always insist on the principle of
information retrieval charges. it’s
absolutely right and fair that those
found guilty should pay for their
periods of detention and the
information retrieval procedures
used in their interrogation.

ogni riferimento a cose, persone o nazioni realmente esistenti è puramente casuale. sì sì.

appena sciolti 17 aprile 2008, 6:44 PM'

Posted by jiwaki in acqua di sentina.
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il momento prima sanno che il beccheggio è domato, tenuto al guinzaglio. il momento dopo sentono i polpacci tendersi per stare in equilibrio. si sono staccati da terra, nessun freno, partiti. non si curano del mare grigio. l’equipaggio è sempre preoccupato prima di partire, ma appena sciolti gli ormeggi una sottile silenziosa euforia storce le bocche in un ghigno comune e una forza in più muove braccia e gambe.